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Reddito “anno zero”?

06 Maggio, 2019
Reddito “anno zero”?

In tema di politiche attive non siamo all’anno zero. Le sperimentazioni che hanno dimostrato sul campo di funzionare meglio e di dare risultati migliori per favorire l’accesso o il reingresso delle persone nel mercato del lavoro hanno alcuni punti fermi: primo fra tutti la rete degli operatori che è di natura pubblico-privata.

Preliminarmente va detto che non bisogna creare confusione tra politiche di natura assistenziale rivolte a una platea che ha ridotte, in alcuni casi nulle, possibilità di un rapido inserimento lavorativo e misure che puntano all’inserimento lavorativo. Il reddito di cittadinanza tiene dentro in un unico provvedimento tutte e due le finalità con alti rischi di creare confusione. A questo si aggiunga che a fronte di una misura nuova che coinvolge su larga scala numerosi e differenti attori vi è stata una condivisione, solo sul piano tecnico-operativo, di natura meramente formale e questo è già, in tutta evidenza, un vulnus.

Di fronte a questo scenario le Agenzie per il Lavoro hanno esaminato i provvedimenti e presentato in audizione le considerazioni, le perplessità e le proposte per migliorare una misura che presenta diverse criticità di fondo per la parte relativa all’inserimento al lavoro.

Va prima di tutto previsto in maniera chiara e univoca che il patto di attivazione resti in capo esclusivamente al soggetto pubblico. E che la scelta di attivare un percorso verso il lavoro ovvero verso forme di assistenza ed inclusione sociale debba essere reversibile, qualora a seguire emergano evidenze diverse. Tenuto anche conto della platea degli interessati (potenziali e non) occorre una solida governance pubblica per evitare confusione di ruoli e sovrapposizione tra misure sociali e di inserimento lavorativo, insieme con una chiara distinzione di responsabilità. Non va sottovalutata poi la necessità di armonizzare quanto previsto dal Reddito di Cittadinanza con quanto era già previsto per l’Assegno di Ricollocazione. La chiara attribuzione delle responsabilità è utile anche per costruire un sistema di rating sui risultati, fondamentale per programmare piani di miglioramento organizzativo e gestionale.

Sono già ampiamente rilevati i limiti e le criticità della figura del cosiddetto “navigator” e si fa paradossale l’accostamento delle agevolazioni alle imprese previste solo nel caso di assunzione con contratto a tempo pieno e indeterminato di persone che erano ai margini del mercato del lavoro e l’impegno diretto dello Stato verso coloro che dovrebbero facilitare incontro di domanda e offerta di lavoro. I navigator, infatti, pare saranno contrattualizzati come collaboratori, con tutte le perplessità e giuridiche e prospettiche e di coerenza che questa scelta determina.

Altro nodo che rischia seriamente di far naufragare la misura è quello del “de minimis”, che limita fortemente il raggio di azione degli incentivi economici per le aziende medio-grandi, in uno con la previsione che il solo contratto a tempo indeterminato (full time e ab initio) sia assistito dagli incentivi assunzionali suddetti. Oltre che inefficace tale meccanismo rischia di essere anche distorcente e non tiene conto della necessità di garantire ad un numero quanto più ampio possibile di cittadini, un sistema integrato di servizi di orientamento e di facilitazione all’ingresso al lavoro. Il rischio dietro l’angolo è il cosiddetto effetto “creaming”, ovvero quello di lasciare indietro i più deboli, coloro che più difficilmente sono collocabili.

In buona sostanza il provvedimento per come è articolato da un lato sembra ignorare il valore dei servizi di inserimento lavorativo a processo che in molti casi vanno erogati all’avente diritto proprio per ridurre la sua distanza dal mercato del lavoro e dall’altro rischia seriamente di determinare una ulteriore polarizzazione nel mercato del lavoro. Esattamente come sta accadendo con il cosiddetto decreto dignità che se da un lato ha favorito l’accelerazione della “stabilizzazione” di quanti avevamo maggiori competenze (pochi), ha finito con lo spingere i lavoratori meno professionalizzati e/o con professionalità fungibili (molti) ai margini del mercato del lavoro o con un forte turn over o mediante forme di impiego precarizzanti oggi in crescita esponenziale. E quando si esaminano le statistiche del mercato del lavoro buona norma vorrebbe che si leggessero nella loro totalità.

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