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Dignità vera o presunta

18 Settembre, 2018
Dignità vera o presunta

di Enzo MattinaSenior Board Memeber Quanta, già Segretario Confederale UIL, Europarlamentare e Deputato Nazionale.

 

In primo luogo, mi soffermo sull’uso della parola dignità. Secondo il dizionario on line Treccani significa: “Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso”.

Bene! Questa condizione non viene di sicuro offesa per l’apposizione di un termine al rapporto di lavoro; quello che conta è che quel rapporto si svolga nel rigoroso rispetto delle regole che l’ordinamento prevede e rende esigibili sia per via legislativa sia per via negoziale tra i soggetti intermedi che rappresentano i datori e i prestatori di lavoro. Ne consegue che la dignità del lavoro viene negata quando queste regole vengono disattese nella retribuzione, nelle coperture assicurative, nelle condizioni di sicurezza di svolgimento della prestazione.

Ciò avviene inequivocabilmente quando il lavoro si svolge in nero, vale a dire quando il datore di lavoro si pone in una posizione dominante rispetto al prestatore, imponendogli le sue regole, sfruttando la condizione di bisogno e asservendo alla sua volontà il prestatore di lavoro.

Il fenomeno è drammaticamente presente nel mercato del lavoro italiano, e non solo, e si sostanzia in un esercito di almeno tre milioni e trecentomila persone invisibili, che alimentano un’economia pari a un fatturato di ben 77,3 miliardi di Euro, sottraendo al fisco un gettito di 42,6 miliardi di Euro (dati CGIA di Mestre, luglio 2018).

Uno Stato in tutte le sue articolazioni, un sistema di corpi intermedi, ricco di partiti, sindacati, associazioni di imprese e reti di volontariato, e la diffusa e storica ramificazione territoriale delle presenze religiose dovrebbero porre al primo punto delle loro urgenze e della loro medesima ragion d’essere, l’obiettivo di debellare il più ignobile attacco alla dignità di essere umani, che rappresentano tra il 5 e il 6% della popolazione nazionale.

Lasciare questo mondo al suo destino, accontentandosi di qualche sporadico intervento di forze di polizia, è la testimonianza di una regressione culturale e civile ormai intollerabile. Essa coinvolge gli aguzzini e le vittime, ma è bene dirlo anche tanti concittadini che vedono e sanno, ma non parlano per omertà e talvolta per miserabili convenienze.

Il segno di un vero cambiamento (quanto si abusa di questo sostantivo!) si avrà solo quando tutti i soggetti sopra citati, a partire dallo Stato, decideranno una buona volta di tutelare davvero e senza timori la dignità violata di una quota così enorme di cittadini italiani, tanto più che il frutto del loro sacrificio senza tutele viene finanche computato nella ricchezza (nel PIL) nazionale.

Alla luce di queste considerazioni, è di tutta evidenza che non vi è alcun oltraggio alla dignità in un rapporto di lavoro a tempo determinato, instaurato direttamente da un’impresa o per il tramite di un’Agenzia per il lavoro (APL), se e in quanto le regole legali e contrattuali vengano correttamente ed integralmente rispettate; se non lo fossero, ci troveremmo al cospetto di illegalità, come tali perseguibili nelle sedi che l’ordinamento prevede.

In ogni caso, mentre può essere comprensibile la volontà del legislatore di porre un argine alla reiterazione di rapporti di lavoro instaurati direttamente dalle aziende, non ha senso di estenderli tal quali a quelli gestiti dalle APL per la semplice ragione che verrebbe meno la loro stessa ragion d’essere, che nasce da difficoltà di programmazione dei carichi di lavoro e dalla necessità di conciliare esigenze di specifiche prestazioni con le competenze effettive possedute dai prestatori d’opera.

Non a caso in Italia, come in tutti i Paesi occidentali le due forme di assunzione, pur essendo simili, hanno regolamentazioni diverse, imposte dalla diversa finalizzazione delle prestazioni richieste; la prima, in buona sostanza, ha l’obiettivo di predisporre le condizioni per una stabilizzazione nel tempo, mentre la seconda è mirata ad assicurare in tempo reale l’apporto di forza lavoro già in grado di soddisfare una domanda immediata, talvolta ricorrente, ma stabilizzabile solo in presenza di una continuità programmatoria acclarata.

In forza di ciò, il legislatore già nel 1997, anno della legittimazione della somministrazione di lavoro (già definita con gli aggettivi temporanea o interinale), e successivamente nelle ben sei riforme di affinamento che si sono susseguite fin al 2016, previde la parità retributiva tra lavoratore assunto dall’APL e messo a disposizione di un’impresa utilizzatrice e i dipendenti diretti di quest’ultima, un maggior costo orario del 4,30% e una serie di regole a tutela della forza lavoro coinvolta.

Con le risorse accumulate nei 20 anni che abbiamo alle spalle, sono stati rinnovati ben 3 contratti di lavoro e il quarto è in discussione e in via di conclusione, che hanno dato vita a due Enti bilaterali, uno per la formazione di sostegno all’ingresso nel mondo del lavoro e di aggiornamento continuo, l’altro per la costruzione e gestione di un sistema autonomo di welfare, attraverso prestazioni specifiche che vanno dall’accesso al credito, alla tutela sanitaria, al sostegno al reddito, alla protezione della maternità, ecc.

È  nato in buona sostanza per via contrattuale un modello di gestione del lavoro flessibile, che, mutuato all’origine da analoghe esperienze in atto nei Paesi scandinavi, è oggi all’avanguardia in Europa e nel mondo. Il tutto senza un solo Euro di provenienza pubblica.

La nuova classe politica si è documentata in merito? Avrebbe avuto il dovere di farlo, prima di adottare misure che rischiano di vanificare l’unica ad oggi esistente buona pratica di gestione di una condizione, che ha certamente il disagio della discontinuità, ma è anche e soprattutto il modo più sicuro e trasparente di accesso al lavoro per alcune centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani alle prime esperienze di impiego o meno giovani espulse dai continui processi di ristrutturazione organizzativa.

In termini numerici il dato quantitativo è modesto, tra le 4/500.000 unità all’anno, pari all’1,5% degli occupati. Nei grandi Paesi europei (Francia, Germania e Gran Bretagna) i dati sono enormemente più alti e nella media dell’Unione europea, che  è dell’1’7%, siamo significativamente al di sotto.

In conclusione, le Agenzie andrebbero sostenute e non penalizzate. La flessibilità legale dei rapporti di lavoro è una necessità ineludibile nelle turbolenze della IV rivoluzione industriale, che è un mix di digitalizzazione continua, finanziarizzazione e libertà commerciale, fenomeno certamente da controllare con maggior cognizione di causa, ma non bloccabile con iniziative maldestre in singoli piccoli Paesi (l’Italia lo è in un pianeta che conta già 7 miliardi di esseri umani e che si avvia a raggiungere la soglia dei 10 miliardi).

Le Organizzazioni sindacali e l’Associazione delle Agenzie stanno negoziando per andare oltre nella regolazione di questi rapporti di lavoro, studiando, con il rinnovo del CCNL in discussione, le modalità per assicurare, nei periodi di interruzione dell’impiego, nuove forme di sostegno economico e, prioritariamente, un accesso generalizzato a processi formativi in grado di affinare le competenze e quindi l’occupabilità di ciascuno.

In alternativa, ci sono riflussi ideologici che pretenderebbero di imporre per via legislativa il lavoro stabile e sicuro, ma avranno solo l’esito di accrescere la disoccupazione totale e il lavoro nero, quello inequivocabilmente senza dignità civica e personale.

 

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Il webinar, gratuito, è organizzato da Quanta e vedrà la partecipazione del prof. Alessandro Brignone dell'Università di Roma Tre.

Alessandro BrignoneProf. Alessandro Brignone

Professore di Economia delle Relazioni Industriali presso la Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre e partner dello Studio Legale Salonia e Associati. Collabora con le riviste giuridiche del Gruppo Sole 24 Ore. 

 

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