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Compassione e azzardi

17 Dicembre, 2018
Compassione e azzardi

di Enzo Mattina, Senior Board Member & Executive VP Quanta

Il combinato disposto della Legge 96 del 9/8/2018, che ha convertito il D.L. 87 del 12/07/2018, e della Legge di Bilancio 2019 raffigura senza equivoci il paradigma della strategia del Governo Salvini-Di Maio in materia di lavoro.

Nella prima, nota come Decreto Dignità, si penalizzano in maniera drastica i rapporti di lavoro a tempo determinato; nella seconda è prevista la messa in cantiere del reddito di cittadinanza.

Entrambi i provvedimenti risultano ispirati da un notevole spirito compassionevole, che richiama alla mente un passaggio del saggio “La rivolta delle élite, il tradimento della democrazia” (Feltrinelli 2001) dell’illustre sociologo americano Christopher Lash: "L’ideologia della compassione, per quanto dolce suoni alle nostre orecchie, rappresenta una delle influenze maggiori che hanno portato al sovvertimento della virtù civica, che non dipende dalla compassione, ma dal mutuo rispetto. Una compassione malintesa degrada tanto le vittime, ridotte a oggetto di pietà, quanto i loro aspiranti benefattori, che trovano più facile compatire i loro concittadini che proporre loro degli standard impersonali, il raggiungimento dei quali darebbe loro pieno titolo al rispetto”.

Qualcuno dirà che limitare l’apposizione di un termine a un rapporto di lavoro non ha nulla a che vedere con la compassione. Si sbaglia, perché in Italia la temporaneità lavorativa è regolamentata da leggi e contratti, talché solo la compassione e la sprovvedutezza possono indurre a demonizzarlo, mentre imperversano il lavoro nero e i rapporti parasubordinati, di norma al limite della legalità.

Regole e controlli rendono di per sé il lavoro sempre dignitoso e meritevole di rispetto. Non si può, però, ignorare che la durata limitata di un rapporto è un fattore di criticità per l’incertezza di prospettiva in cui si viene a trovare un individuo che la vive. Proprio per tale ragione, in Italia si è sviluppato negli anni un intenso confronto negoziale tra Organizzazioni sindacali e datoriali finalizzato a costruire percorsi di stabilizzazione attraverso l’uso mirato delle attività formative, oltre tutto non finanziate dallo Stato, bensì, almeno nel caso della somministrazione di lavoro, da contribuzioni versate al fondo bilaterale Formatemp, e attraverso prestazioni di sostegno che hanno configurato un vero e proprio welfare integrativo privato.

Lo Stato dovrebbe sostenere questi processi, ma non lo fa e imbocca la strada dell’adozione di vincoli e di sanzioni, che ricordano gli anni del primo dopoguerra del 900, quando fu imposto l’imponibile di manodopera. Una soluzione che all’epoca si rivelò fallimentare, ma che forse una qualche motivazione l’aveva, considerati i lasciti disastrosi di anni di guerra. Oggi è un autentico azzardo, perché ignora la necessità dell’implementazione delle competenze come unica soluzione ai rivolgimenti tecnologici, finanziari e commerciali propri della IV Rivoluzione industriale. Non tiene, peraltro, conto che l’accorciamento dei cicli economici e la loro mutevolezza nei contenuti rendono sempre più difficili previsioni e programmazioni a lungo termine.

La conclusione è scontata: le restrizioni finiscono per togliere, specie ai giovani, opportunità d’impiego (di sicuro limitate, ma idonee a evitare l’esclusione sociale e l’invisibilità nel mercato del lavoro), acquisizione di sapere e saper fare, con l’esito finale di ridurre drasticamente l’occupabilità stabile.

Sembra evidente che, quando si considera la durata dei rapporti di lavoro una variabile indipendente dalle condizioni che la consentono utile e possibile, l’ispirazione compassionevole prevale sulle regole più elementari della buona economia e sul valore del rispetto umano. I dati INPS attestano l’avventatezza della scelta; confrontando quelli del settembre 2017 rispetto al 2018, i nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono calati da 110.835 a 110.092 (- 743), quelli a termine da 333.084 a 281.830 (- 51.254), i somministrati da 113.759 a 80.506 (-33.253); un autentico disastro occupazionale.

Coerente con questo primo passaggio è lo strombazzato reddito di cittadinanza, di cui si conoscono i costi a breve (10 miliardi di Euro), ma sono incerti i contenuti, cangianti giorno per giorno, in funzione delle pulsioni comunicative del Ministro Di Maio.

Ad analizzarne i contenuti annunciati, dovrebbe essere destinato in parte a integrare il miserabile reddito dei pensionati al minimo, in parte a sostegno dei disoccupati.

Personalmente, considero la prima platea meritevole della massima attenzione, perché composta da persone che non hanno alcuna possibilità di sostenere il carico di spese vitali che grava sulle loro spalle. Se così si è, appare assurda la previsione di riduzioni in dipendenza della proprietà di una casetta di qualche stanza, ignorando i costi di gestione, fiscali e manutentivi.

Per quanto riguarda i disoccupati siamo al cospetto di un ventaglio di condizioni per l’accesso al beneficio, che vanno dal lavoro forzato a favore dei Comuni (come? Con quale struttura organizzativa?) alla formazione obbligatoria non si sa bene in quali campi e da quali soggetti erogata (il Ministro ha un’idea dello stato in cui versa la formazione professionale gestita dalle Regioni e finanziata dalla UE?), al controllo sulla destinazione del sussidio (giusto il divieto di gratta e vinci, ma sembra improbabile il ritorno alla tessera, caso mai in formato elettronico, ad uso esclusivo  per l’acquisto di prodotti alimentari in taluni supermercati). Ridicolo è poi l’obbligo di accettazione di offerte di lavoro, pena la perdita del sussidio, in regioni d’Italia il cui tessuto economico è tanto debole da mettere a disposizione quote di domanda irrilevanti e quella che c’è, nella prevalenza dei casi, è rigorosamente in nero.

Tutto ciò gestito dai Centri per l’impiego (CPI), che, tranne eccezioni al Centro/Nord  d’Italia, sono uffici disastrati logisticamente, privi di strumentazioni adeguate e gestiti da personale rigorosamente amministrativo, sicuramente volenteroso, ma privo di competenze specifiche. Sembra che a riorganizzarli sia stato richiamato in Italia un nostro studioso emigrato negli Stati Uniti, che avrebbe niente di meno ristrutturato i CPI del Massachussetts. Non so chi sia né quale sia stata la sua mission, ma trovo improbabile che ci sia granché da apprendere da un’esperienza vissuta in un Paese, dove i rapporti di lavoro sono prevalentemente regolati da negoziazioni individuali e dove il welfare pubblico è pressoché inesistente.

Tutto sarà risolto, secondo la narrazione corrente, perché saranno banditi concorsi per l’assunzione di migliaia di addetti, espletati a tambur battente, nonostante i prevedibili ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato, nonostante la necessità di lunghi e mirati percorsi di formazione, che non si sa bene da chi e dove dovrebbero essere erogati. Sia ben chiaro, su tutto vigileranno ispettori del lavoro, carabinieri, poliziotti, finanzieri, che già sono pochi per la gestione ordinaria delle loro funzioni istituzionali.

Che dire di più? Un tempo quelli come me hanno creduto al Sole dell’avvenire e anche alla fantasia al potere, ma avevano l’accortezza di proiettare gli obiettivi su un orizzonte lontano. Oggi facciamo i conti con l’improvvisazione al potere, sostenuta, niente meno, da provvedimenti legislativi d’immediata attuazione. Su questa roba il Governo giallo/verde pretende anche il consenso dell’UE e, se non lo ottiene, “noi ce ne freghiamo”, come afferma il Ministro Salvini.  Caso mai ci faremo dar consigli dagli eredi dei nostri emigrati in Argentina dall’800 in avanti.

Nessun progetto sociale che si proponga di abolire la precarietà lavorativa e la miseria può essere rigettato al mittente. Va costruito, però, pezzo per pezzo, selezionando priorità, individuando le soluzioni più efficaci, utilizzando i soggetti più attrezzati e gli strumenti più idonei.

 

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